La passione per il teatro
Mi ha sempre fatto sorridere il racconto di mia madre di quando ero bambina. Di una me, a tre anni, piccola piccola che batte i piedi e urla disperata all'asilo. Urlavo per far si che mi ammettessero a fare lo spettacolo di Natale. Hillman dice che la ghianda, ovvero, il nostro succo e chi siamo si manifesta da bambini, sin dai primi anni di età. Per questo ripenso a quell'episodio come la prima manifestazione della mia essenza. Non volevano farmi salire sul palco perché ero troppo piccola. Invece io su quel palco volevo salirci. E disperatamente.. e ci riuscii! Non facevo una parte difficile. Ero l'angioletto che annunciava a Maria l'arrivo di Gesù. C'è una foto di quel giorno. Avevo i capelli corti e ricci. Una coroncina fatta con gli addobbi di Natale, la mia camicetta da notte come vestitino bianco. E il mio viso molto serio e "impegnato" e "dentro"... Negli anni sono sempre i ricordi di mia madre che collegano il puzzle di un discorso che si è ricongiunto ed è diventato poi la mia vita. Alle elementari raccontavo..raccontavo..raccontavo.. Prendevo la sedia e mi mettevo nel mezzo della classe per raccontare una storia.
Era più o meno sempre la stessa, ma la cambiavo nei particolari o la arricchivo nelle voci. Poi successe qualcosa e il teatro o quel che poteva sembrare l'incipit di quel che è oggi, scomparve. Ci sono vicende personali che ci fanno cambiare rotta. Per un brutto incidente persi il contatto con lei e me stessa e andai altrove. In un mondo senza parole. Fatta di parole scritte, racconti, fantasie, ma senza corpo. Senza rappresentazione. Solo molti anni dopo, al liceo, vidi Paolo Poli al teatro civico di La Spezia, la mia città. Rimasi folgorata da lui. Dalla sua energia. Dalla condivisione che l'atto presente che stava facendo provocava in me e in chi era presente in quella sala. Ricordo ancora immagini di quel momento. Le luci. La voce. L'energia. Ma la forza di entrare in quella cosa non era del tutto matura. Leggevo le opere teatrali. Ricordo di aver letto tutto Shakespeare in due giorni. Leggevo e vedevo. Immaginavo. Poi c'è stata l'università. La laurea in lingue e letterature straniere con quell'insegnante che amava il teatro. Ci faceva leggere Otello e Amleto in pentametro giambico e recitando. Poi c'è stata la mia borsa di studio in Francia. La riscoperta di me in una nuova lingua, il corso di teatro per caso in quel gruppo universitario francese. "Alice nel paese delle meraviglie". Recitare in inglese con attori francesi. Il massimo del surreale, ma la più incredibile delle scoperte in cui ho pensato: "Ah..ecco cosa c'è..cosa c'entra con me..". Poi sono tornata in Italia. C'è stata la laurea. Il corso professionale a Grock e la decisione sempre più forte di diventare questo. Di fare questo ed esser questo. C'è stato il diploma in musica anche. L'altra grande passione. E poi la scrittura. Ecco, il teatro è il contenitore di me stessa. Lì posso esprimere quel che ho e sono. La mia musica, le mie parole e racconti e il corpo. Che si apre e parla al pubblico. In quella condivisione che provai quindicenne al liceo. Il teatro è il mio perimetro. Che si sposta con me. Cresce, rimpicciolisce, ingrassa, si meraviglia e si ridisegna. Mi contiene senza soffocarmi mai. E' la mia libertà. L'aria. Sono io.